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Hot Topics > Appropriatezza

Page last update: 02/11/2011

Adattato da: Cartabellotta A. L'appropriatezza nel mirino. Sanità & Management 2003

 
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Introduzione

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Definizione

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Categorie ed oggetti dell’appropriatezza

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Appropriatezza generica vs appropriatezza specifica

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Appropriatezza per il paziente individuale vs appropriatezza dell’assistenza sanitaria

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La visione bidimensionale dell’appropriatezza

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Strumenti per definire gli standard di appropriatezza

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Conclusioni

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Per approfondire

 

Introduzione

    

     Negli ultimi anni, nonostante le alternanze politico-culturali, il termine appropriatezza è stato il filo conduttore dei principali documenti di programmazione sanitaria (box 1): dal Piano Sanitario Nazionale (PSN) 1998-2000 al PSN 2003-2005, attraverso il DL 229/99 e la normativa sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che riconosce nell’appropriatezza la chiave per definire l’essenzialità ed il finanziamento di servizi e prestazioni sanitarie.


     La conferma definitiva arriva con il PSN 2003-2005 dove si afferma che: “Le prestazioni che fanno parte dell’assistenza erogata, non possono essere considerate essenziali, se non sono appropriate”.


     In realtà, il termine appropriatezza, riferito ad interventi, servizi e prestazioni sanitarie, si articola attraverso una serie di sfumature concettuali che richiedono un preciso inquadramento, al fine di creare quel linguaggio comune che permetta a tutti gli attori di un sistema sanitario (professionisti, decisori, utenti) di capire che “stiamo parlando della stessa cosa”.

Definizione

    

     Un servizio-prestazione-intervento sanitario può essere definito appropriato secondo due prospettive complementari:

  • Professionale: se è di efficacia provata, viene prescritto per le indicazioni cliniche riconosciute ed ha effetti sfavorevoli “accettabili” rispetto ai benefici.

  • Organizzativa: se l’intervento viene erogato in condizioni tali (setting assistenziale, professionisti coinvolti) da “consumare” un’appropriata quantità di risorse.

     Da queste definizioni emergono subito alcune criticità:

  • robuste prove di efficacia sono disponibili solo per una parte degli interventi sanitari erogati, con un netto sbilanciamento verso i trattamenti (vs le tecnologie diagnostiche), e soprattutto per l’imperare di prove a supporto di farmaci, rispetto agli interventi preventivi ed assistenziali;

  • il profilo beneficio-rischio degli interventi sanitari viene generalmente sovrastimato:

  • dalle evidenze disponibili (evidence-biased medicine) per la sistematica tendenza, sia a non pubblicare gli studi negativi, sia a minimizzare gli effetti sfavorevoli degli interventi sanitari riportandoli in maniera insufficiente ed incompleta;

  • dalla percezione professionale, non raramente distorta da conflitti d’interesse;

  • dai criteri, spesso a maglie troppo larghe, per autorizzare il marketing di tutte le tecnologie sanitarie (inclusi i farmaci inclusi).

  • dalle spinte di mercato che, attraverso i media, influenzano la domanda di servizi e prestazioni sanitarie da parte degli utenti.

  • l’efficacia, la costo-efficacia e l’efficienza delle modalità organizzative dell’assistenza, hanno a supporto prove di efficacia limitate e difficilmente trasferibili tra i vari contesti.

     Tutto ciò fa si che l’appropriatezza degli innumerevoli interventi, servizi e prestazioni sanitarie che congestionano il mercato della salute, si articola attraverso una scala di grigi nella quale non è possibile tracciare nette delimitazioni (figura 1).

Categorie ed oggetti dell’appropriatezza

    

     Possono essere oggetto di valutazioni di appropriatezza tutte le risorse strutturali, professionali e tecnologiche impiegate nell’assistenza sanitaria (box 2), le cui quattro categorie principali riportano alle definizioni di appropriatezza professionale ed organizzativa (figura 2).

Appropriatezza generica vs appropriatezza specifica

    

     Talora considerati sinonimi - rispettivamente di appropriatezza organizzativa e professionale - in realtà rappresentano due livelli di dettaglio della dimensione professionale.


     Ad esempio, se in un campione di pazienti consecutivi sottoposti ad intervento di protesi d’anca - in accordo con le migliori evidenze scientifiche - 98/100 ricevono eparina a basso peso molecolare, il tasso di appropriatezza generica sarà del 98%. Tuttavia, il 15% dei pazienti ha ricevuto un dosaggio inappropriato in relazione al peso corporeo, nel 30% la profilassi è stata praticata la mattina stessa dell’intervento (invece che almeno 8-12 ore prima), e nel 60% il farmaco è stato sospeso alla dimissione (invece che protratto per 2-3 settimane).


     Pertanto, se utilizzando criteri generici (profilassi si/no) il team assistenziale sembra erogare una profilassi appropriata, l’utilizzo di criteri specifici (dosaggio, timing e durata) dimostrano che esistono considerevoli margini di inappropriatezza.


     Ovviamente la possibilità di valutare indicatori di appropriatezza specifica è strettamente legata alla qualità (completezza, accuratezza, riproducibilità) della documentazione clinica o alla disponibilità di database clinici.

 

Appropriatezza per il paziente individuale vs appropriatezza dell’assistenza sanitaria

    

     Secondo Muir Gray, nell’esercizio della pratica clinica qualunque giudizio di appropriatezza dovrebbe prendere in considerazione, oltre che il profilo rischio/beneficio degli interventi sanitari, le preferenze e le aspettative del paziente individuale, senza peraltro essere fortemente influenzato dai costi. La ragione di questo “apparente paradosso” è molto semplice: integrare gli elementi di costo-efficacia nelle decisioni cliniche, oltre ad ostacolare un processo decisionale già estremamente complesso, può interferire con la relazione medico paziente. Invece, per le decisioni che riguardano gruppi di pazienti o intere popolazioni, il giudizio di appropriatezza deve necessariamente considerare gli aspetti economici.


     Considerato che il mercato delle innumerevoli tecnologie sanitarie non ha, a monte, filtri particolarmente rigorosi, le organizzazioni periferiche (Regioni, Aziende) devono mettere a punto strumenti integrativi (prontuari locali, sviluppo di iniziative di technology assessment), per evitare che le scelte dei professionisti naufraghino in un mercato di seduzioni dove l’entità dell’offerta ha reso ingovernabile la domanda da parte dei cittadini.


     Infine, guardando ai diversi modelli di politica sanitaria regionale emersi con l’avvio della devolution, vale la pena riprendere un principio generale, enunciato da Donabedian oltre vent’anni fa: all’aumentare delle risorse disponibili (incremento del Fondo Sanitario Nazionale, del Fondo Sanitario Regionale, aziende private, compagnie assicurative, etc) è possibile offrire servizi e prestazioni sanitarie ad un numero sempre più elevato di utenti. Questa strategia, oltre ad incrementare l’inappropriatezza in eccesso e ad enfatizzare le diseguaglianze tra i vari livelli socio-economici, può avere “gravi effetti collaterali”. Infatti, Donabedian avverte che all’aumento delle risorse investite (ed al conseguente incremento di popolazione esposta a prestazioni sanitarie), se i benefici tendono progressivamente a ridursi, i rischi aumentano in maniera esponenziale (figura 3).

La visione bidimensionale dell’appropriatezza

    

     Il concetto di appropriatezza, anche se affonda salde radici nella performance professionale, rappresenta una delle modalità per fronteggiare la cronica carenza di risorse, attraverso una loro ottimizzazione. A causa di tale “peccato originale”, gli operatori sanitari, e soprattutto gli amministratori, hanno ancora una visione “strabica” (monodimensionale) dell’appropriatezza: infatti, riconoscono solo le inappropriatezze in eccesso (sia professionali, sia organizzative) la cui riduzione può offire “consistenti boccate d’ossigeno” al bilancio economico. In realtà (figura 4), esistono una serie di interventi, servizi e prestazioni sanitarie di provata efficacia largamente sottoutilizzati, la cui necessaria implementazione determina, almeno nel breve e medio termine, un incremento dei costi.


     Pertanto, affidarsi ai principi dell’appropriatezza per erogare e finanziare servizi e prestazioni sanitarie, richiede una duplice revisione di posizioni, spesso estreme e conflittuali:
     - i professionisti, riconoscendo che numerosi interventi sanitari da loro erogati sono francamente inappropriati, non devono inquadrare il principio dell’appropriatezza nella strategia dei tagli incondizionati, ma valorizzarlo quale importante risorsa di qualità professionale;
     - i decisori, accettando che perseguire l’appropriatezza non serve a ridurre i costi, ma solo ad ottimizzare l’impiego delle risorse, devono “mettere a fuoco” la dimensione dell’inappropriatezza in difetto, per non rischiare di rallentare la diffusione delle innovazioni di provata efficacia.

Strumenti per definire gli standard di appropriatezza

    

     Sin dall’inizio degli anni Novanta, vari ricercatori hanno proposto differenti metodologie di consenso formale per la definizione dei criteri di appropriatezza professionale: consensus conference, metodo RAND, metodo Delphi, metodo del gruppo nominale.


    Negli ultimi anni, seguendo la scia dell’Evidence-based Medicine, viene enfatizzata la necessità che i criteri di appropriatezza vengano definiti con riferimento esplicito alle migliori evidenze disponibili , adeguatamente “pesate” per la loro metodologia e per la rilevanza clinica.


     Pertanto, le linee guida cliniche, prodotte da gruppi multidisciplinari con metodologia evidence-based ed adattate al contesto locale in maniera esplicita, rappresentano lo strumento di riferimento per definire i criteri di appropriatezza professionale e, raramente, anche organizzativa. Dal canto loro, tutti i processi di consenso formale costituiscono solo uno strumento integrativo da utilizzare nelle numerose aree grigie (figura 5) dove le evidenze disponibili (scarse o contraddittorie) non forniscono adeguate certezze.


     Per ciò che riguarda l’appropriatezza organizzativa, in particolare quella di setting, oltre alle limitate evidenze disponibili (sia osservazionali, sia sperimentali), i ricercatori generalmente analizzano i dati di utilizzo dell’ospedale. In particolare, oltre ai ricoveri urgenti, costituiscono frequente oggetto di studio le procedure chirurgiche, in quanto eventi “discreti”, più facili da comparare. Queste analisi, quale risvolto organizzativo, hanno portato alla diffusione della day-surgery ed alla progressiva riduzione della degenza media nei pazienti chirurgici. Molta meno attenzione è stata, invece, dedicata all’analisi (tecnicamente molto più complessa) dell’appropriatezza del ricovero di pazienti medici.


     Tra i numerosi strumenti utilizzati per valutare l’appropriatezza di setting ne segnaliamo due, già utilizzati nel nostro Paese:
     -  Il Protocollo di Revisione d’Uso dell’Ospedale (PRUO), il cui obiettivo è quello di valutare l’appropriatezza delle giornate di degenza: nato (e presto abbandonato) negli Stati Uniti , dopo l’onda di entusiasmo che ha portato alla sua diffusione in Europa, la sua affidabilità è stata fortemente messa in discussione;
     - il software Disease Staging che, classificando il paziente ricoverato in 5 livelli di gravità basati sulla severità delle manifestazioni della malattia, considera inappropriati i ricoveri di pazienti appartenenti alle classi meno gravi. Questo strumento è stato recentemente utilizzato dall’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali per una elaborazione dei dati relativi ai 43 DRG individuati, nell’allegato 2C del DPCM 29 novembre 2001, “ad alto rischio di inappropriatezza” in regime di degenza ordinaria. Nonostante le utili indicazioni fornite dallo studio, va segnalato che tutti gli strumenti di analisi che utilizzano quale fonte di dati la scheda nosologica, soffrono della sua limitata affidabilità legata a vari fattori: inaccuratezze ed errori di codifica, codifiche opportunistiche, reverse reporting bias, etc.

Strumenti per monitorare l’appropriatezza

    

     Rimandando al paragrafo precedente per ciò che riguarda l’appropriatezza organizzativa, dove gli strumenti per definire gli standard di appropriatezza virtualmente coincidono con quelli relativi al suo monitoraggio, per l’appropriatezza professionale il tallone d’Achille è rappresentato dai sistemi informativi aziendali, costruiti per ricavare esclusivamente indicatori di efficienza. In particolare, disponiamo di report analitici di “consumi” (farmaci, indagini di laboratorio, radiologiche, strumentali) dei vari centri di costo, senza alcuna possibilità di interrogare i vari archivi in maniera incrociata alla ricerca di indicatori di appropriatezza, sia perché non registrano i dati clinici dei pazienti, sia perché “affetti da gravi forme d’incomunicabilità”.


     Se consideriamo i limiti, già segnalati, della scheda nosologica per valutare gli indicatori di appropriatezza professionale e che la realizzazione di database clinici, ad eccezione di isolate esperienze, rappresenta ancora un lontano miraggio, la valutazione dell’appropriatezza professionale è strettamente legata alla diffusione dell’audit clinico, quale strumento per monitorare continuamente ed in maniera sistematica vari indicatori di qualità professionale.

Conclusioni

    

     E’ senza dubbio di buon auspicio che i documenti di programmazione sanitaria si affidino all’appropriatezza per guidare l’erogazione ed il finanziamento di servizi e prestazioni sanitarie. Tuttavia, la fase di attuazione dei LEA si è concentrata, quasi esclusivamente, sul versante organizzativo, in particolare attraverso la riduzione dei ricoveri inappropriati.


     Questo approccio, estremamente riduttivo, rischia di svuotare dei contenuti professionali l’appropriatezza che, in questa veste, può apparire come strumento di razionamento, invece che di razionalizzazione. Specie se rinforzato da quella “visione strabica” che tende ad occultare le innovazioni, e privato dalla dimensione di governance clinica che affida ai professionisti il compito di definire (linee guida), mantenere (EBM) e verificare (clinical audit) gli standard di qualità professionale.


     La strada sembra già tracciata, ma esiste solo il primo solco!

Per approfondire

 

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Editor: Dott. Nino Cartabellotta

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